martedì 8 ottobre 2019

Trentanni + 1.




C’è questa foto che è una delle preferite di sempre. Non so esattamente quanti anni siano passati da allora: credo che mia madre avesse più o meno la mia età, i trentanni erano un giorno lontano, nel gioco dell’immagina quando.

Quel quando  poi è arrivato, io mi vesto ancora di bianco e blu,  ho il caschetto spettinato, lo stesso colore  di capelli che si schiarisce al primo sole. Quando sono felice sorrido - mai del tutto , un po’ mi imbarazza. Una volta mi hanno detto che però  se rido gli occhi mi diventano verdi più verdi, penso sempre a quella foto lì.

E’ successa questa cosa che i trentanni – cifra tonda tutta attaccata – sono stati i più faticosi e difficili della mia vita.  L'8 ottobre 2018 ero su un’isola a  festeggiarli, ero isola io stessa mentre mettevo la moka sul fuoco nel cucinino del dammuso, tutto intorno solo mare, vento, silenzio.

Se  penso alla mia vita dei mesi che sono venuti dopo non riesco a ricordarla, unisco alcuni strappi sconnessi: ho  fatto un intero inverno con due jeans e due maglioni,  l’unico orizzonte era il cerchio tondo di cielo sopra Gae Aulenti la mattina prestissimo, quando scendevo dalla metropolitana per andare a sigillarmi in ufficio.  Mi ricordo in pigiama attaccata al pc in una cucina di Berlino, mentre i miei amici Erasmus festeggiavano, le lacrime soffocate cercando di addormentarmi a Capodanno.

Te l’avranno insegnato a scuola “rompere il vetro in caso di emergenza”:  il rischio di tagliarsi, pur di aprirsi una via di fuga. Un lunedì sera ho dato le dimissioni: era gennaio, fuori già buio pesto, è stato il primo punto di rottura.
Il resto non so come sia successo, quando sia implosa quella barriera di cristallo che avevo eretto –protezione/prigione: c’è tutto un mondo che mi è tornato indietro, un flusso inatteso di luoghi abitudini sapori persone che a un certo punto sono entrate nella mia vita (o forse sarebbe meglio dire ho  finalmente lasciato entrare). Ho riscritto una nuova topografia di affetti, allargato confini, ridefinito contorni.  Ho comprato una bici nera con i freni a bacchetta che è identica a quella degli anni di università,  come allora ho il cestino perennemente storto e io sono comunque perennemente in ritardo. I tic da sciura di Brera, i fiori a San Marco, la classifica dei cappuccini, la discesa a rotta di collo giù dai bastioni di Porta Venezia. C’è Nick che è casa lontano da casa.
 Ci sono la Vero, Marta, Ele, Ale che sono il sorriso delle mattine lavorative – e anche delle timbrature di mezzanotte e  delle canzoni urlate in macchina e dei pokè da asporto; c’è stato un fine luglio da dieci aperitivi in dieci giorni, quelli che profumano di litri di Autan e di promesse d'estate. Ho condiviso con Chiara la sventura dei capelli gialli, le Gianicolate e lo spezzatino con i peperoni più impalpabile della storia. Ho prenotato un viaggio un po’ d’azzardo in un posto che manco sapevo pronunciare -Maranhao-  e quando sono tornata a casa non ero ancora capace, ma avevo gli occhi pieni d’azzurro e meraviglia, le compagne con cui in viaggio dividevano il bagno in comune ora sono in cima alle chat Whatsapp. Le cose si sistemano, come i miei capelli: quando avevo pensato di fare un cambiamento andando dal parrucchiere e mi sono trovata con le ciocche sforbiciate e color giallo polenta.  Ci hanno messo mesi a ricrescere e tornare come erano prima - Nick mi aspettava fuori dal parrucchiere e abbiamo fatto il primo pranzo di primavera in cortile da Giacomo per festeggiare.

C’è stata una mattina di fine agosto in cui avevo la febbre altissima e mi sono addormentata in diagonale nel letto, io che per sei anni filati ho dormito sempre, rigorosamente, dalla stessa parte, e fino a quel giorno quella parte di letto non esisteva – il vuoto finchè non lo tocchi non lo senti. Poi ci sono buttata dentro: io che riempio un altro vuoto, con me.
Non è stato facile, sono stata brava – che parolona difficile per una secchiona, due sillabe, è il più imprevedibile atto di hybris che tu possa regalarti. Brava, non è lo stesso di perfetta, non è superlativo, non è assoluto: implica sbavature, incertezze, accarezzare cicatrici come le ginocchia sbucciate dell’estate in cui mi tolsi le rotelle della bicicletta: ma avevo imparato a pedalare da sola.
Che ne sapeva la bambina sulla panchina che gli adulti sono come il vetro: ero spezzata, avevo spezzato, si diventa duri si diventa fragili, ci si scheggia, si va in frantumi, anche –  nei cocci che in certi giorni di sole si riflette l’arcobaleno.

sabato 24 novembre 2018

Villa Medici e Catherine: la bellezza sopravvivente.


[Il 7 gennaio 2015 i colleghi e amici di Catherine Meurisse, da dieci anni nella redazione di «Charlie Hebdo», vengono assassinati da terroristi islamici. Quella mattina Catherine arriva al lavoro in ritardo, per un banale contrattempo. E si salva. Dopo quella tragedia e lo choc ulteriore degli attentati nel successivo novembre, si mette alla ricerca di ciò che può opporsi al caos: la bellezza. Sceglie Villa Medici a Roma, il Louvre, l'oceano. Ne è nato una graphic novel, delicata come solo un libro intolato “La leggerezza” può essere ]

13 novembre 2018, la mia prima visita a Villa Medici. Faccio i controlli di sicurezza, è territorio sotto la giurisdizione francese “Signorina, scusi ma oggi i controlli sono intensificati, è l’anniversario della strage di Parigi”.

E’ una data stampata, una di quelle per cui saprò sempre rispondere “Cosa stavi facendo?”
 
13 novembre 2015, stavo atterrando a Las Vegas, diversi fusi orari più in là. Viaggiavo per lavoro insieme ai miei colleghi. Sono stata la prima ad accendere il Blackberry all’atterraggio, avevamo un centinaio di ospiti sul volo ed io dovevo chiamare l’autista per i nostri transfer. La prima cosa che lessi fu il Whatapp di mia sorella e via via i continui messaggi che arrivavano sulla chat del mio gruppo di amici dell’Erasmus in Francia.

Marco, merda, c’è un attentato kamikaze in corso a Parigi!”
L’11 settembre eravamo ancora troppi piccoli. Cosa stavi facendo? Merenda, e quando accesi la tv la prima sensazione era stata quella che al posto dei cartoni animati stessero trasmettendo un film di fantascienza.

Quel 13 novembre era reale, era paura palpabile via doppia spunta blu di WhatApp: “Avete notizie di Patito? Di Cami? E Davide?” Non c’entravano Manhattan, i grattacieli, era nei nostri posti che si moriva: a un concerto, tra i tavoli tondi dei bistrot francesi. Ricordo distintamente la coda interminabile dei controlli di sicurezza in aeroporto, gli sguardi chini sui cellulari. Nella concitazione di scendere dall’aereo avevo dimenticato gli orrendi calzettoni da viaggio, spuntavo le liste passeggeri, mentre mi aggrappavo furtivamente al braccio di Marco.

Che poi è la difesa più istintiva di fronte alla paura. Cercare un appiglio, attaccarsi a qualcosa.

Abbracciami”

Novembre, 2017 – canta Cesare Cremonini da tutte le radio, è uno quei ritornelli che s’insinuano, restano lì.  Va a ripetizione nella hall del mio hotel. È buio, fa freddo, anche a Roma, io ho solo il cappotto leggero. Non ci sono taxi nel raggio di km. Attraverso piazza di Pietra, mi fermo davanti al Pantheon deserto. Niente turisti, niente gladiatori, niente carretti. Ci sono la luna e il silenzio: bellezza che calma e colma.

Abbracciami. Anche quando poi saremo stanchi.
 
Je suis Charlie Hebdo, era l’urlo di piazza dei giorni della strage.
Je suis Catherine.
Siamo tutti Catherine: umani di fronte alla paura, alla rabbia, al dolore, cerchiamo una Villa Medici, una montagna o un oceano dove rifugiarci al riparto dalla violenza del mondo.   C’è una pagina in cui una sera degli ospiti dell’Accademia suona la Ciaccona di Bach; è il momento che segna l’inizio della guarigione di Catherine «il sole tramonta e l’inverno con lui».   Non riesco a immaginare un baluardo più compiuto contro la barbarie di questo, dello scivolare di un’alba romana vista dal giardino lassù, delle note nelle Variazioni Goldberg che risuonano nella spirale perfetta delle scale, della luce tra i calchi in gesso negli ateliers d’artista.

La bellezza di Villa Medici è una bellezza sofferente, sopravvivente alle sovrapposizioni della storia e dei poteri. Allegria di naufragi.

Il pittore Balthus rifece gli intonaci degli appartamenti medicei strofinandoli con i cocci di vetro – sfregio e infiniti giochi di luce dalle microscopiche schegge rimaste nella vernice. Il gruppo di statue che sempre Balthus volle creare nel giardino non racconta idilliaci amori di Ninfe ma la strage dei Niobidi: fissata nel cemento c’è una storia di gratuità crudeltà e sopraffazione, e le lacrime di dolore di una madre che diventano sorgente, irrigando la vita che si perpetua dalle strage, nonostante la strage. Il dopo che sarà – che cercava Catherine.
 
La visita agli appartamenti finisce con La chambre des amors: era una delle stanze del cardinale Ferdinando de’ Medici, sontuosamente decorata con soffitti e fregi dipinti da Jacopo Zucchi.
Nel XVIII secolo i pannelli e fregi furono distrutti dal fanatismo di Cosimo III, che, giudicandoli osceni, li fece bruciare. Da allora la stanza è rimasta con i muri nudi e il soffitto a cassettoni sprovvisto delle tele dipinte sostituite da semplici pannelli di legno, cicatrici di vuoto sul soffitto ornato.

Durante il restauro del 2011-2012, l’Accademia di Francia invitò l’artista italiano Claudio Parmiggiani a ricreare le sette tavole del soffitto. Claudio usò la tecnica chiamata delocazione: gli oggetti dopo essere stati esposti all’azione del fuoco, vengono prelevati e della loro forma rimane solo l’impronta lasciata dalla fuliggine. Come oggetto per la chambre scelse quella che era la firma originale dell’artista: un volo di farfalle.

La bellezza convive con le nostre fragilità, è la polvere del kitsugi dorato che rinsalda i punti spezzati: trasforma il vuoto in evanescente, ali di farfalle che s’alzano dalla cenere.

[Un uomo con i guanti rossi che di mercoledi a mezzogiorno riempie Piazza Navona di bolle di sapone]

martedì 11 settembre 2018

La felicità - dei numeri primi.


E’ stato un weekend particolare per me. Ha inaugurato il conto alla rovescia all’ultimo mese prima dei fatidici trent’anni e segnato il passo con la prima notte in un posto di nuovo mio, dove poter riaprire gli undici scatoloni di libri e trovare un angolo soleggiato per le foglie del bonsai Mario-san – per ora mi basta così.

Sabato pomeriggio la mia amica Elena mi ha invitato ad accompagnarla a fare un video per il “Tempo delleDonne” del Corriere della Sera.  Il tema era “Felicità è fare il lavoro che ci piace?”

 Ho girato la domanda ad un’altra Elena, che nel giro di due secondi ha subito risposto: “Non solo. È essere ciò che sei: il lavoro può permettertelo oppure negartelo - “così come il rapporto di coppia” – ha aggiunto, visto che sì, mi conosce così bene da potersi permettere pure questa postilla.

Svuotando il mio vecchio appartamento, ho ritrovato due articoli che avevo ritagliato e messo da parte nella cesta dei giornali. Il primo è un editoriale di Gramellini, che commentava le domande dei test Invalsi nelle scuole elementari.  Sono stata una bambina fortunata: a dieci anni i miei genitori mi hanno lasciato libera di scrivere poesie, e insegnato ad amare le montagne. Credo che all’epoca volessi fare la cuoca scrittrice o qualcosa del genere.

Per quei curiosi sistemi di puntini che - briciole di Pollicino-  sembrano ricollegarci i percorsi delle nostre vite, l’articolo è datato domenica 12 maggio, che è stato in una vita intera –professionale e personale- il giorno più agli antipodi rispetto a quello che sognava la me decenne sdraiata a leggere a pancia in giù.
 O forse, paradossalmente, quello più vicino, in cui ho deciso di cercare che cosa vorrei essere e ancora non sono, per dirlo con le parole del secondo articolo della cesta, una riflessione sulle gerarchie e i modelli fissi del pensiero. Parte da Alcibiade e ci riporta all’elemento fondamentale di questa quete: il coraggio

Cerchiamo quello che ci manca per essere noi stessi. Capire chi siamo, quale è il nostro posto nel mondo, e il senso che vorremo dare alla nostra esistenza: lì è il desiderio profondo. Per questo il coraggio è così importante: ci vuole coraggio per cercare sé stessi, riconoscendosi nei propri limiti e difetti.

Quando dopo sei anni quest’inverno ho cambiato lavoro la stragrande maggioranza delle persone mi ha augurato “buona fortuna”. Decisamente, non ne ho avuta. Non solo non si è realizzata nessuna delle mie aspettative, ma mi sono trovata a lavorare in un mo(n)do che per me è quanto di più infelice ci possa essere. Preferisco ragionare nell’ottica del cambiamento, non della fortuna, come un grandangolo che abbia ampliato la visione, angoli d’ombra inclusi.

È stato imparare a gestire i fallimenti e le cose che non vanno precise, filate, perfette come vorremmo, anzi. Nessun cambiamento è isolato e neutrale, e senza quello non ne sarebbero venuti altri.  I francesi come formula d’augurio dicono “bon courage”: ogni cambiamento è un piccolo, grande atto di quel coraggio che punta –dovrebbe, almeno – alla felicità. 

Per me “coraggioso” è un aggettivo nuovo: non me lo ero mai concesso, neanche avevo mai pensato in qualche modo mi competesse. E’ arrivato la sera di inizio agosto in cui sono salita sulla terrazza della mia casetta di Malfa.  Scendeva la luce sulle falesie, lo Stromboli di fronte sfumacchiava, la nave cisterna stava gettando l’ancora a Scalo Galera. “Sei stata coraggiosa” - me lo sono detta tutto - all’improvviso.

C’è una differenza abissale tra il sentirsi soli e lo stare da soli: ci si può sentire soli anche in una coppia, in un gruppo, in una folla. Ci si sente soli se ci si sente – o ci si fa sentire - diversi.  
Stare da soli, invece, è il coraggio di imparare a declinarsi nel singolare nella propria unicità. Credo nella solitudine dei numeri primi, il custodire dentro un qualcosa forte abbastanza da essere divisibile solo per se stesso, aperto alla bellezza del mondo, ma che dal mondo non si lascia scindere.
Credo nei pezzi scompagnati, nelle serie che non tornano. 
 
 Ognuno singolarmente preso, dal piccolo angolo di spazio e di tempo che occupa, con le sue qualità e i suoi limiti: in fondo davanti alle sfide della vita, siamo allo stesso tempo uguali e diversi. Incompleti, tutti desideriamo: cerchiamo le stesse cose, un angolo di felicità; ma ognuno a modo proprio. Così, se vorremo evitare gli errori di Alcibiade - cedendo alle sirene dell’omologazione e del conformismo, condannandoci a una vita che non è nostra- dovremo prima di tutto imparare a riconoscerci nella nostra unicità e nelle nostre imperfezioni, il che a volte significa solitudine e a volte è la premessa per una comunanza più piena con chi ci sta intorno. Serve ai filosofi il coraggio, ma anche a tutti gli altri.

 
 
LINK AGLI ARTICOLI:
  • Il bambino azienda - M. Gramellini 12/05/2018
  • Il secondo articolo, dalla Lettura del 29/04/2018 è disponibile solo a pagamento su PressReader: qui
 

venerdì 29 dicembre 2017

Cronache dal comodino: la mia Best Nine 2017

Sulla falsariga degli imperversanti best nine, la mia selezione di nove libri per il 2017.


1.       Il libro giusto al momento giusto: G. Romagnoli, Solo bagaglio a mano
2.       Miglior raccolta (se così si può chiamare) G. Dyer, Sabbie Bianche
3.       Il grande classico – che non avevo ancora letto: A. Camus,  La Peste
4.       Libro sulle isole: F. Longo, Il mare di pietra
5.       Libro di fotografia: E. Sottsass, Metafore
6.       Categoria “m’innamorai”: C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica e L'ordine del tempo
7.       Il miglior acquisto casuale: A. Goes, Una notte inquieta
8.       Migliore libro sull’Odissea: L. Malerba, Itaca per sempre
9.       L’imperdonabile lacuna: D.F. Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più

E. Sottsass, Metafore
La sua Valentine, rossa con la custodia originale, è stato il regalo più bello della mia nonna: “Da grande devi scrivere” – mi diceva con quella cieca fiducia che solo l’amore delle nonne ha. Poi di Ettore ho amato, letto e postillato la strampalata autobiografia Scritto di notte, che con quel finale da pelle d’oca rientra a buon diritto tra i miei libri del cuore. 
Ma ignoravo il Sottsass fotografo, una delle più belle scoperte del 2017 (insieme, ovviamente, alla pazzesca Elena Braghieri che me l’ha fatto scoprire, in un intenso contrabbando libresco in vista della mostra in Triennale).
 Se Scritto di notte è il racconto di un’esistenza, Metafore è una dichiarazione d'amore per immagini: all'ironia, alla sovversione, alla poesia.



G. Romagnoli, Solo bagaglio a mano
Recensione che ha accompagnato il consiglio d' acquisto: “è un po’ uno scrittoredemmerdadevanitifer”. A tratti banalotto e con qualche vertice di lirismo da best seller d’autogrill, aggiungerei.
Però, in quest’anno è stato il libro giusto al momento giusto.
Perché nella sua leggerezza, ci parla della leggerezza. E c’azzecca, e non consola ma anzi pungola e alla fine riconcilia con una delle operazioni più difficili per noi umani: lasciare andare. Che non è una questione di (solo) bagaglio.
[Avvertenza: Magari non fate come la sottoscritta che, a luglio, si è fatta prendere un po’ troppo la mano nel repulisti dell’armadio. Salvo poi arrivare alle piogge di ottobre in sandali].

[…]e uscirmene di casa adesso, i lampioni di via Nazionale come quelli di Parigi, città e incontri che si sovrappongono, New York oltre Beirut, il cuore senza pesi, il sonno soave di un gatto, nessuno che bussa alla porta dei miei sogni, domani come una promessa che si ripete con infinita dolcezza, e attraversare la notte senza malinconia. Lo faccio, sto per farlo.  Perché non vieni con me?


G. Dyer, Sabbie Bianche 
Amo leggere racconti specialmente in vacanza, al punto che quest’anno avevo con me ben tre raccolte. Tra tutte, voto il volume di Geoff Dyer, che riunisce reportage ed essay scritti nel corso di diversi viaggi: «è lo spazio vuoto sulla cartina del suo autore».
Senza mai perdere il suo brillante humor inglese (leggendo ho pianto, ma anche riso di gusto, molto) Dyer fa di ogni spostamento geografico l’occasione per tendere verso qualcosa d’altro, qualcosa che possa spiegare l’inspiegabile: muoversi sul mappamondo è muoversi alla ricerca di quello che stiamo cercando, ma non riusciamo mai a trovare.
Perché mai? – quale legge dell’appena possibile lo decretava? – situazioni simili nascevano soltanto la notte prima della partenza, cosi che invece di svegliarmi e addormentarmi insieme a lei, invece di passare la giornata insieme a lei, invece di fare colazione e passare la giornata con lei per conoscerla meglio, nel giro di poche ore sarei salito su un aeroplano partendo con un rimpianto ancora più grande perché, invece di esserci lasciati sfuggire totalmente l’occasione, l’avremmo vissuta quel tanto che ci bastava per farci capire  quanto ci era sfuggito non essendocela lasciata sfuggire del tutto?
L. Malerba, Itaca per sempre
Malerba è l’aedo dell’inquietudine. I suoi personaggi sono lontani dalle granitiche certezze dei loro predecessori omerici: la moglie fedele che aspetta il marito tessendo la tela, il pater familias sovrano che, alla fine, ritorna dal suo regno e dalla sua donna. Sono antieroi, umani, troppo umani, che si dibattono tra il desiderio e l’angoscia che i loro sentimenti siano stati traditi: attraverso i pensieri contrapposti di Penelope e Ulisse prende forma l’epos del dubbio, e il dolore del ritorno  è la paura di non riconoscersi più.
Dopo tante finzioni e travestimenti eravamo tutti e due nudi sul letto e questa era l’unica verità alla quale mi aggrappavo come un naufrago a uno scoglio. Avevo rischiato di naufragare nella mia Itaca e ora finalmente ero in salvo, anche se coperto di ferite.
A Goes, Una notte inquieta
Acquisto inaspettato a uno stand della Marcos y Marcos. Chiacchieravo con il commesso:
 “Sono una grande fan di Lemebel”
“E allora devi leggere questo, ti piacerà”
Aveva ragione il ragazzo: mi è piaciuto, moltissimo. 

All’inizio non capivo dove fosse il nesso tra i due scrittori e i due romanzi, geograficamente e culturalmente agli antipodi: siamo nella Germania cupa in piena Seconda Guerra Mondiale, e invece dell’esuberanza delle fate transessuali di Santiago del Cile c’è un pastore protestante che deve dare l’estrema assoluzione a un disertore condannato a morte. Però ho ritrovato la stessa, mai esplicitata eppur potentissima, critica della tirannia: la bruta ferocia degli alti gradi tedeschi ormai consapevoli della sconfitta li fa assomigliare a quel Pinochet, spietato dittatore che si caga addosso durante l’attentato alla sua auto nel romanzo di Lemebel.  Contro questa bestiale follia, l’unica possibilità di salvezza è un incondizionato atto di fede nelle azioni che ridiano l'umanità all’uomo, quello stesso modo di sentire il tempo.

Dunque è così: pensa Brentano. E Melanie: dunque avrebbe potuto essere cosi, per tutta una vita. E tutti e due: ma una volta lo è stato. Qualche volta.  E l’ultima volta è ora, a Proskurov nella notte. E poi: è ancora.

C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica e L'ordine del tempo
Sono andata al contrario: ho iniziato comprando a caso L’ordine del tempo (fortunosamente acquistato nello sconfortante panorama della libreria dell’aeroporto di Cagliari), e, affascinata – io, umanista digiuna di fisica dalla terza prova della maturità, sono corsa a recuperare le Sette brevi lezioni. Nella prosa rigorosa eppur soave del fisico Rovelli si realizza il “Ménage à trois tra letteratura scienza e filosofia” auspicato da Calvino.  Con forme e modalità diverse, l’uomo si interroga, laddove essere umani è questo: vivere sull’orlo del conoscibile.
Come il cosmo, ci definiamo attraverso l’iterazione, continua, con l’altro da noi, sia esso un cielo stellato o il sorriso di una ragazza in una festa d’estate: siamo connessione, memoria, nostalgia.
Siamo frontiera.  

Questo ti auguro per il 2018: essere frontiera.
Brillare sul bordo della bellezza e dei misteri che ancora non sai.

Ci sono frontiere, dove stiamo imparando, e brucia il nostro desiderio di sapere. Sono nelle profondità più minute del tessuto dello spazio, nelle origini del cosmo, nella natura del tempo, nel fato dei buchi neri, e nel funzionamento del nostro stesso pensiero. Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l'oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato

martedì 19 settembre 2017

Storia di un rossetto ritrovato. [Di una perfezione perduta]



Da tutta l'estate cercavo il mio unico rossetto rosso, un'edizione limitata di Mac, messo rarissimamente.
 Non che sia una fan del rossetto, ma mi piace usarlo, quando sono particolarmente di buon umore, e altrettanto mi piaceva quel colore adesso fuori produzione.
Lo davo ormai per disperso, finito chissà dove durante il trasloco o nel travaso di qualche valigia.
L'ho ritrovato stasera, dove era più logico che fosse: riposto con cura nel taschino interno di una borsa che detesto e - in effetti- non ho più messo.
Eh niente, pensavo, che bello sarebbe riprendere in mano tutte le cose là, allo stesso punto dove le avevamo lasciate. Riannodare gli strappi, ritornare ai rivoluzionari istanti prima delle rivoluzioni fallite. 
 Come se ci stessero ancora aspettando, tra la crema travel size e il carnet del tram, le nostre perfezioni perdute - Lo vedi? Quel punto di rosso, là, preciso, intonso dagli avvenimenti del frattanto.


 C’è sempre una perfezione che viene perduta. C’è sempre un incantesimo che non si trova più. Come quando raccogliamo i lamponi nel bosco la mattina presto. Si continua ad abbandonare qualcosa, si continua a dire addio. Il problema, forse, è cercare di inventare nuove perfezioni, pensare che ogni momento è una perfezione che comunque si può perfezionare. Voglio dire il problema permanente è costruirsi nuove perfezioni di cui poi continuare ad avere, per sempre, nostalgia”.
(Ettore Sottsass, Scritto di Notte)

giovedì 3 agosto 2017

D'imparare a partire - leggeri.





Partiamo dal finale, da questo borsone verde Noth Face impermeabile, cm 50x30: il mio bagaglio a mano per i prossimi 21 giorni di vacanze. O forse potrei partire da un’immagine bellissima con sui se ne usci la mia amica e sorella d’anima Giulia – stavamo parlando delle Lezioni Americane di Calvino:

«Non saprei come spiegare, prova a immaginare la nostra vita come una splendida nevicata, leggera e rilassata, ecco forse vivi per davvero quando senza paura afferri il fiocco di neve che non t’aspettavi, quando tieni i palmi aperti verso il cielo e in cuor tuo sei sicuro che il cristallo giusto andrà a sciogliersi esattamente al centro di essi»

Milano, lunedì mattina di inizio luglio, temperatura percepita attorno ai 40°.
Sono seduta tra le pile di scatoloni dei miei due contemporanei traslochi, scarto un pacco Amazon Prime: direttamente da ordine nottetempo è approdato alla mia scrivania “Solo bagaglio a mano” o la classica stronzata che le persone vogliono leggere all’aeroporto [pagina 11: in una vita media di ottant’anni, siamo destinati a 46 ore di felicità e ne passiamo -chi? Fuori i nomi!- 18 a fare il nodo alla cravatta].

Poi il libro me lo sono letta oltre la pagina 11, e tutto d’un fiato. L’ho sottolineato e postillato all’inversimile, l’ha comprato anche la Giulia di cui sopra e ne ho già regalate almeno tre copie.

C’è un verbo greco, omerico e poi ripreso da Foscolo, che amo particolarmente: ezomai. Significa stare fermi da qualche parte ma con tutta l’energia dentro; senza che i due movimenti, il consistere e lo stare, entrino in conflitto. Il bagaglio a mano è la versione 2017 di questo verbo: due direzioni opposte che si incontrano nei 65 l di una Rinowa Salsa Air (per il mio compleanno, in azzurro, grazie). Lo stare, nel libro di Romagnoli, ha una direzione verticale, di introspezione: è il momento della scelta di cosa portare con sé, la cernita, eliminare ciò che nella nostra vita esorbita: non sono radici, ma zavorre.

Si parla anche di traslochi. Negli ultimi otto anni ho traslocato sette volte, di cui le ultime due a distanza di neppure undici mesi. Quanto è vero che con il tempo impari a selezionare, a portare dietro solo ciò che conta. Sarà che ho una memoria, nel bene e nel male, quasi infallibile ma sono sempre stata una collezionista dei fantomatici pezzetti di matita gialla. Ho rinvenuto souvenir improponibili, evidenziatori scarichi dagli ultimi esami, scontrini stinti, biglietti aerei illeggibili.  La cara vecchia trappola del “non lo uso mai ma è un ricordo”, micidiale nel capitolo guardaroba: il tubino - non rosso, ma si badi- tangerine, come la canzone dei Led Zeppelin che mi fu dedicata, le magliette a righe stinte accumulate in Francia, le Stan Smith bucate, il vestito anni ’30 di paillettes dorate [ok, quello l’ho conservato].
 
Una delle dichiarazioni d’amore più belle di tutti i tempi è la più scarna ed essenziale che ci sia:
Sono io! Sono me!” - Alekos Panagoulis a Oriana Fallaci.

Cresciuta nel mondo ovattato delle biblioteche,ho imparato a confrontarmi con un ambiente che richiede continuamente la versione marketing di noi stessi: aggiungere il tacco, il trucco, le frasi fatte convenzionali. Apparire è un’aggiunta, e una difesa. Banalmente, i tacchi erano diffusi tra i macellai per sollevarsi sulle carcasse degli animali macinati; circa mille anni dopo sono il modo per me – timiderrima-  di prendere le distanze, sembrare più alta e più grande.


«Realizzare la sineddoche di noi stessi è un obiettivo virtuoso. Significa non identificarsi attraverso una molteplicità si segni, oggetti, valori ma tendere a uno […]: essere, non ingombrare». (p.73)


Essere è un’arte della sottrazione.
Imparare a dire “Sono io! Sono me!” a sé stessi, prima che a qualcun altro.
Sono io, sono me.
[Giulia, Mot per gli amici, Giulietta per pochi, selezionati, intimi.
Indosso camicie da uomo, odio i tacchi, metto le gonne lunghe e ci inciampo dentro, non ho mai capito come si stenda l’ombretto. Sono una secchiona, precisa, memorizzo tutto e poi perdo in continuazione le chiavi di casa. Ho un massimale di 80 kg di deadlift ma non so leggere le mappe di Google Maps. Amo le albe, l’azzurro e i rooftop, odio gli apericena (che mi spiegassero poi, che termine è, apericena), non ho il kindle, non so guidare il motorino. Adoro il latte di mandorla, la granita siciliana vera, ho un debole per l’hummus e il babaganoush – e per chi sa pronunciarlo correttamente, aborro i croissant e gli yogurt gusto frutta].

Solo chi saprà scavare, capire e discernere potrà essere davvero leggero:

«Bagagli troppo pesanti ci inducono a scegliere percorsi più facili per non faticare troppo. Amiamo il segno più e il segno meno ci spaventa, eppure è un verbo da coniugare con esultanza» .(p. 68)

Questa leggerezza, si badi, non è superficialità, ma piuttosto quel "planare sulle cose dall’alto” di cui parla Calvino nell’apertura delle Lezioni, rimarcata citando un verso di Paul Valery: “Il faut être léger comme l'oiseau, et non comme la plume".
L’eroe della leggerezza è Perseo, che vola coi sandali alati, Perseo unico eroe capace di tagliare la testa pietrificatrice della Medusa. La pietra è il peso a cui è condannato il regno dell’umano, per fronteggiare il quale occorre «cambiare approccio, guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica»:


«Se volessi scegliere un simbolo augurale per l'affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l'agile salto improvviso del poeta- filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d'automobili arrugginite»

Oltre vent’anni dopo, questo augurio di Calvino ancora riecheggia nel ritratto della futura, rivoluzionaria, nuova generazione di viaggiatori con il bagaglio a mano «capace di scegliere la libertà […], disancorata da suolo e dal tempo. In sintonia piena e pure con l’esistenza».

Così, impariamo ad essere leggersi, agili, pronti a muoverci, nell’unica direzione in cui è consentito guardare: avanti. Siamo funamboli, sulla corda.
Ezomai. “Stare per avanzare”: un viaggio non si esaurisce nella preparazione di un bagaglio più o meno pesante, occorre saltare sul cavo. Il cavo è la vita nella sua più nuda evidenza: sobria, rude, scoraggiante. Questa è la prima lezione dal Trattato di Philippe Petit:

«Tutto è diverso ora che il filo è là. Puntate lo sguardo all’estremità, il traguardo e tentate una traversata. La traversata sarà una successione di equilibri: su un piede, poi sull’altro.  (p. 38).

Il funambolismo – lo ricorda Paul Auster nella sua bellissima Prefazione - non è un’arte della morte, «è un’arte della vita, è un modo di affrontare la propria vita, nell’angolo più oscuro e segreto di sé stessi»
Il passo leggiadro del funambolo, che sul filo cammina dritto puntando alle stelle, ignorando il baratro attorno, è una delle più straordinarie metafore di leggerezza: solo fronteggiando i nostri mostri, riusciremo ad essere dei veri eroi. Nell’antichità, lo sciamano rispondeva alle minacce per la sua tribù con riti magici, che lo facessero levitare oltre l’umano. Nel finale della sua Lezione, Calvino cita il Cavaliere del secchio di Kafka, cavaliere errante che compie il proprio volo magico «al semplice dondolio di un secchio vuoto, segno di privazione e di desiderio e di ricerca».

Così, in quei torridi 40° milanesi mi sono ritrovata a pensare alla famosa nevicata, leggendo il mio libretto arancione.
Ehi Giuli, ci hai mai pensato?"
La verità è che avevo sempre attribuito la leggerezza alla neve, elemento impalpabile ed effimero per antonomasia. Invece la leggerezza non è della neve, è dei nostri palmi; possiamo sentire il fiocco di neve solo se abbiamo le mani aperte per farlo.  
Se il secchio fosse pieno, non gli permetterebbe di volare.

E, dopo essersi posato, come tutti i fiocchi di neve, anche il nostro fiocco perfetto si scioglierà lasciando il vuoto. Conta solo quel che potrà ancora essere.

Così, leggeri, continuiamo ad avanzare con i nostri secchi vuoti, con le nostre mani aperte, e che siano tramonti, albe, tempeste di neve da attraversare, senza malinconia.





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I. Calvino, Lezioni Americane, Milano, Mondadori, 2011
P. Petit, Trattato di Funambolismo, Milano, Ponte alle Grazie, 2015
G. Romagnoli, Solo bagaglio a mano, Milano, Feltrinelli, 2015