[Il 7 gennaio 2015 i colleghi e amici di Catherine Meurisse, da dieci
anni nella redazione di «Charlie Hebdo», vengono assassinati da terroristi
islamici. Quella mattina Catherine arriva al lavoro in ritardo, per un banale
contrattempo. E si salva. Dopo quella tragedia e lo choc ulteriore degli
attentati nel successivo novembre, si mette alla ricerca di ciò che può opporsi
al caos: la bellezza. Sceglie Villa Medici a Roma, il Louvre, l'oceano. Ne è nato una graphic novel, delicata come
solo un libro intolato “La leggerezza” può essere ]
13 novembre 2018, la mia prima visita a Villa Medici. Faccio i
controlli di sicurezza, è territorio sotto la giurisdizione francese “Signorina,
scusi ma oggi i controlli sono intensificati, è l’anniversario della strage di
Parigi”.
E’ una data stampata, una di quelle per cui saprò sempre rispondere
“Cosa stavi facendo?”
“Marco, merda, c’è un attentato kamikaze in corso a Parigi!”
L’11 settembre eravamo ancora
troppi piccoli. Cosa stavi facendo? Merenda, e quando accesi la tv la prima
sensazione era stata quella che al posto dei cartoni animati stessero
trasmettendo un film di fantascienza.
Quel 13 novembre era reale, era paura palpabile via doppia spunta blu
di WhatApp: “Avete notizie di Patito? Di Cami? E Davide?” Non c’entravano
Manhattan, i grattacieli, era nei nostri posti
che si moriva: a un concerto, tra i tavoli tondi dei bistrot francesi. Ricordo distintamente la coda interminabile dei
controlli di sicurezza in aeroporto, gli sguardi chini sui cellulari. Nella
concitazione di scendere dall’aereo avevo dimenticato gli orrendi calzettoni da
viaggio, spuntavo le liste passeggeri, mentre mi aggrappavo furtivamente al braccio
di Marco.
Che poi è la difesa più istintiva
di fronte alla paura. Cercare un
appiglio, attaccarsi a qualcosa.
“Abbracciami”
Novembre, 2017 – canta Cesare Cremonini da tutte le radio, è uno quei
ritornelli che s’insinuano, restano lì. Va
a ripetizione nella hall del mio hotel. È buio, fa freddo, anche a Roma, io ho
solo il cappotto leggero. Non ci sono taxi nel raggio di km. Attraverso piazza
di Pietra, mi fermo davanti al Pantheon deserto. Niente turisti, niente
gladiatori, niente carretti. Ci sono la luna e il silenzio: bellezza che calma
e colma.
Abbracciami. Anche quando poi
saremo stanchi.
Je suis Charlie Hebdo, era l’urlo di piazza dei giorni della strage.
Je suis Catherine.
Siamo tutti Catherine: umani di fronte alla paura, alla rabbia, al
dolore, cerchiamo una Villa Medici, una montagna o un oceano dove rifugiarci al
riparto dalla violenza del mondo. C’è una pagina in cui una sera degli ospiti
dell’Accademia suona la Ciaccona di Bach; è il momento che segna l’inizio della
guarigione di Catherine «il sole tramonta
e l’inverno con lui». Non riesco a immaginare un baluardo più
compiuto contro la barbarie di questo, dello scivolare di un’alba romana vista
dal giardino lassù, delle note nelle Variazioni Goldberg che risuonano nella
spirale perfetta delle scale, della luce tra i calchi in gesso negli ateliers
d’artista.
La bellezza di Villa Medici è una bellezza sofferente, sopravvivente alle sovrapposizioni della
storia e dei poteri. Allegria di
naufragi.
Il pittore Balthus rifece gli intonaci degli appartamenti medicei
strofinandoli con i cocci di vetro – sfregio e infiniti giochi di luce dalle
microscopiche schegge rimaste nella vernice. Il gruppo di statue
che sempre Balthus volle creare nel giardino non racconta idilliaci amori di
Ninfe ma la strage dei Niobidi: fissata nel cemento c’è una storia di gratuità
crudeltà e sopraffazione, e le lacrime di dolore di una madre che diventano
sorgente, irrigando la vita che si perpetua dalle strage, nonostante la strage.
Il dopo che sarà – che cercava
Catherine.
Nel XVIII secolo i pannelli e fregi furono distrutti dal fanatismo di
Cosimo III, che, giudicandoli osceni, li fece bruciare. Da allora la stanza è
rimasta con i muri nudi e il soffitto a cassettoni sprovvisto delle tele
dipinte sostituite da semplici pannelli di legno, cicatrici di vuoto sul
soffitto ornato.
Durante il restauro del
2011-2012, l’Accademia di Francia invitò l’artista italiano Claudio
Parmiggiani a ricreare le sette tavole del soffitto. Claudio usò la tecnica
chiamata delocazione: gli oggetti dopo
essere stati esposti all’azione del fuoco, vengono prelevati e della loro forma
rimane solo l’impronta lasciata dalla fuliggine. Come oggetto per la chambre scelse quella che era la firma
originale dell’artista: un volo di farfalle.
La bellezza convive con le nostre fragilità, è la polvere del kitsugi dorato che rinsalda i punti spezzati: trasforma il vuoto in evanescente, ali di farfalle che s’alzano dalla cenere.
La bellezza convive con le nostre fragilità, è la polvere del kitsugi dorato che rinsalda i punti spezzati: trasforma il vuoto in evanescente, ali di farfalle che s’alzano dalla cenere.
[Un uomo con i guanti rossi che di mercoledi a
mezzogiorno riempie Piazza Navona di bolle di sapone]
